Numero verde HIV: l'8% di chi chiama teme di aver contratto il virus anche senza rapporti a rischio
L'importanza di accogliere l'irrazionale senza farci mangiare vive

Ciao sono Marco, sostenitore entusiasta della libertà sessuale, formatore e presidente del Brescia Checkpoint, un ente del terzo settore che si occupa di HIV. Ogni settimana scopriremo insieme
dove testarci per HIV e le altre infezioni sessualmente trasmissibili (IST)
come tutelare il nostro diritto alla salute
quali sono le ultime strategie di prevenzione e benessere sessuale
Se mi leggi via mail, trovi la newsletter completa sul sito.
Sei di Brescia? Fino a martedì 3 febbraio hai tempo per iscriverti al corso persone volontarie del Brescia Checkpoint. Impareremo insieme
come fare un colloquio informativo sulla salute sessuale
cos’è la prevenzione combinata e quali sono le infezioni sessualmente trasmissibili
l’accesso ai diritti sessuali/riproduttivi
Fare volontariato con noi significa:
parlare con le persone di salute sessuale e distribuire preservativi
somministrare test HIV se hai una laurea sanitaria
darci una mano a trovare finanziamenti e a organizzare i nostri eventi
L’8% di chi chiama il numero verde HIV ha paura di avere contratto il virus anche se non ha avuto rapporti a rischio. È il dato che emerge da uno studio dell’Istituto Superiore di Sanità che ha analizzato più di 4000 chiamate dal 2018 al 2023.
Nonostante le informazioni sui comportamenti siano state riferite direttamente dall’utenza e dunque non c’è modo di verificarne l’oggettività, la ricerca offre spunti interessanti e prova a trovare delle spiegazioni, che potremmo riassumere in
stigma HIV: questa è facile. La storia dell’HIV si porta dietro una narrazione fatta di morte e marginalità. È assolutamente sensato che le persone, anche senza aver corso rischi reali, abbiano comunque terrore del virus
incompetenza inconsapevole: c’è difficoltà nel riconoscere la propria ignoranza sul tema. Senza basi solide, le persone costruiscono falsi miti e accumulano informazioni errate, arrivando a conclusioni totalmente sballate. Spesso si finisce a fare ricerche disperate su internet, che però senza una bussola servono solo ad alimentare la paranoia invece di risolverla
assenza di educazione sessuo-affettiva: questa confusione è figlia della mancanza di programmi specifici nelle scuole, ma non solo. Il vuoto educativo riguarda anche gli adulti. Se si parla di sesso solo in modo pruriginoso, la tua unica fonte rimane il “sentito dire” e la paura collettiva
traumi personali: spesso l’HIV diventa il contenitore di un’ansia che ha radici molto più profonde e che non si risolve con un semplice test negativo. Gli operatori del numero verde, quando identificano queste persone, cercano di spingerle riflettere sull’importanza di intraprendere un percorso di psicoterapia.
Noi associazioni HIV queste cose le sapevamo già. Basta fare un salto sui forum dedicati (HIV forum, quello della Lila o di Anlaids) e svolgere qualche colloquio prima di un test per rendersi conto che quell’8% è un numero abbastanza realistico.
Facendo ricerca su questo tema, mi sono imbattuto in un’analisi del British Journal of General Practice riguardo a worried well, che è il termine usato in letteratura scientifica e nella ricerca dell’ISS per definire chi è si preoccupa senza motivo per la propria salute. Un altro modo di definire l’ipocondria, insomma.
L’autore e le autrici consigliano di non utilizzare worried well perché la condizione di ansia per la salute è una cosa seria e potenzialmente debilitante. È sbagliato dare per scontato che la preoccupazione di una persona conti di meno solo perché non c’è una patologia fisica.
Inoltre, le pazienti, e anche le persone che vengono ai nostri sportelli, non sono medici: non possiamo pretendere che siano in grado di valutare da sole se i loro sintomi siano gravi o meno.
Se le campagne di sensibilizzazione (le nostre incluse) dicono continuamente di informarsi e fare i test, non possiamo lamentarci se le persone ci prendono in parola. Usare etichette come worried well serve solo a liquidare la persona, facendola sentire fuori posto. Il nostro compito invece è accogliere, rassicurare e dare strumenti, non giudicare quanto sia “razionale” la paura di chi abbiamo di fronte.
Questo è quello che ci diciamo sulla carta. Ma nella vita reale non è sempre facile rapportarsi con queste persone. Ti prosciugano l’anima. Va benissimo se ci sentiamo sfinite dopo un’ora di colloquio con una persona che ha fatto 200mila domande su casi improbabili. Così come va bene ammettere che la nostra pazienza ha un limite. Dircelo non significa che smetteremo di accoglierle, anzi: le accoglieremo ancora.
È nostro dovere morale accoglierle non tanto perché siamo belle e brave, ma perché domani potremmo essere noi ad avere paure irrazionali e in quel momento vorremmo solo una persona disposta ad ascoltarci.
Ed è qui che diventa fondamentale il lavoro di squadra: se io oggi sono pieno raso di ascoltare le persone, interverrà un altro volontario, un’altra volontaria che mi darà il cambio.
Essere consapevoli dei nostri limiti e che alcune persone sono più difficili di altre ci rende più brave nel nostro lavoro. Riconoscere il peso di questo impegno è l’unico modo per continuare a farlo seriamente senza farci mangiare vive.
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Io sono Marco, sostenitore entusiasta della libertà sessuale. Presidente del Brescia Checkpoint, formatore, content creator e operatore alla pari.




Marco questa uscita l’ho particolarmente apprezzata soprattutto quando dici che l’accoglienza va fatta comunque perché un domani potremmo essere noi ad avere paure irrazionali. Quel nodo lì è molto vero. Grazie!